Le residenze di Di Salvo

Valentina Solano e Sergio Stenti

Cameracronica Magazine
Num. 16, Dicembre 2017

Franz Di salvo, tra i migliori architetti napoletani del secolo scorso, ha disegnato notevoli edifici residenziali, ma non è riuscito a progettare quartieri; non è riuscito cioè ha costruire quella forma comunitaria di abitare che ha caratterizzato tutte le espansioni novecentesche delle città europee, intrecciando tradizione e sperimentazione e cercando il giusto equilibrio tra bello e utile. Il quartiere è stato la migliore delle scelte possibili rispetto allo sprawl town di casette individuali o di condomini isolati come funghi, dovute all’urbanesimo industriale. Di Salvo aveva una forza d’invenzione di grande potenza, logica e tecnica, che ha poi incanalato sempre più verso modelli iper-moderni, ritendendo che in quella direzione si trovasse il futuro: prefabbricazione, acciaio-cemento, assemblaggio di componenti, megastrutture, dis-urbanistica. Il suo razionalismo tecnologico era attratto dal mito di un perfetto progetto industriale e spingeva la sua ricerca più verso una qualità della costruzione che una qualità dell’abitare.
È riuscito a progettare edifici civili perfettamente aderenti al luogo e alla clientela come quelli sulle colline di Posillipo, ma non è riuscito invece a fare la stessa operazione con i quartieri pubblici, dove ha prevalso invece una sperimentazione impositiva, per nulla mutuata sul sociale e diretta soprattutto agli aspetti di razionalità costruttiva e di linguaggio.
Come tutti gli sperimentatori, Di Salvo avrebbe avuto bisogno di una seconda occasione per metter a punto il primo progetto, ma non fu fortunato né col concorso per il Luzzatti, né con quello per Bratislava.
Le case in Via Stadera furono progettate in un periodo, 1945/1950, di pieno furore moderno e, a Milano come a Napoli, c’era una gara tra architetti, Bottoni e Cosenza, ad immaginare un futuro moderno per le case e per la città. Nessuno a Napoli aveva progettato un’icona del Moderno, cosi significativa come le stecche nel quartiere Cesare Battisti a Via Stadera. Molti hanno però letto questo edificio come il prodotto di una grande maestria formale, ma in realtà esso era il frutto di soluzioni tecniche e stilistiche strettamente unite insieme.

© valentina solano, all rights reserved

Racconta Cosenza che la soluzione di progettare un ballatoio al primo piano fu scelta per non sottostare al modulo delle campate delle fondazioni esistenti. Col ballatoio, Di Salvo rendeva indipendente il suo progetto e, mettendo le scale a partire dal primo piano poteva confermare il modulo stanza/struttura che aveva scelto per gli alloggi.
Quello che più colpisce dell’edificio è il prospetto su strada. Su un impianto classico con basamento in pietra e portico, corpo e attico in intonaco bianco, vengono disegnate quattro asole strettissime che tagliano l’impaginato, appena punteggiato da due ordini di balconcini a pianta trapezoidale. Come residenza lasciava un po’ a desiderare, il linguaggio aveva preso il sopravvento sospinto dalla passione per il moderno. Nel basamento in pietra non c’erano botteghe ma alloggi grandi, e le finestre a nastro mal consentivano di disporre con comodità gli arredi nelle piccole stanze dell’abitazione che non raggiungeva i 70 mq e che ospitava non tre, ma cinque persone, perché c’era una emergenza abitativa post-bellica spaventosa.
Un anno dopo, nel 1946, Di salvo propone una variante di via Stadera al concorso per un isolato al Luzzatti. Elimina quasi del tutto i tagli orizzontali sulla facciata (lascia solo quello al piano attico) e li sostituisce con un reticolo di balconate in lunghezza cui aggiunge un guizzo inclinato, appena dopo l’angolo. Gli alloggi vengono migliorati, hanno una più chiara partizione giorno/notte, ampie balconate e gli arredi sono meglio previsti, grazie anche all’aumento del modulo strutturale/abitativo portato a m. 4,00 m.
La stagione delle finestre a nastro negli edifici residenziali è durata poco: Ville Savoye, il Narkomfin e il Weissenhof sono stati più un lavoro pubblicitario sulle possibilità della nuova architettura che una proposta abitativa.
Anche il ballatoio, come la finestra a nastro, ha avuto una breve stagione di successo e poi molte rielaborazioni: da soluzione distributiva economica, a strada interna – “streets in the air” – assai criticata, per la verità, dagli abitanti. Il destino della demolizione è accaduto all’insediamento di Runcorn, new town di Stirling, e ora sta accadendo ai Robin Hood gardens degli Smithson.
La rovina delle Vele , cosi come per i quartieri inglesi d’autore, è dovuta al modo d’uso del ballatoio che ha creato un eccessivo intralcio tra esigenze collettive legate al passaggio e la privacy delle abitazioni. Anche Di salvo ha fatto lo stesso errore: ha unito un ballatoio e un edificio gigante, anzi due edifici giganti, senza accorgimenti di mitigazione e di difesa privato/pubblico. Non poteva reggere uno scontro così acuto tra Grande Dimensione e ballatoi. Con il concorso per Bratislava, gli si presenta una seconda chance per migliorare il progetto delle Vele. L’intercapedine non è più ingombrata sistematicamente dai ballatoi pensili e dalle scalette; ogni sei piani, infatti, viene previsto un piano libero, con ponti e scale, che lascia passare aria e luce e migliora la distribuzione orizzontale degli abitanti.

© valentina solano, all rights reserved

I progetti per le residenze civili rappresentano invece una specie d’intermezzo tra i suoi progetti residenziali: mettono in campo più attenzione ai dettagli architettonici piuttosto che all’impianto. Gli edifici realizzati sulle colline di Posillipo, infatti, come a via Nevio e via Petrarca, si aprono al paesaggio del golfo con molta sobrietà. Qui il progetto non è impositivo e le soluzioni trovate sono eleganti e raffinate. Gli edifici sono adattati al luogo panoramico e agli abitanti senza rischi tipologici. Lasciano passare lo sguardo attraverso il vuoto dei piani terra che, liberati da volumi occlusivi, mostrano con doppie altezze teorie di pilotis e bellezza di spazi ipogei.
Sul destino delle Vele si è scritto molto e finalmente Il Comune di Napoli ne ha programmato l’abbattimento risparmiandone una, che vuole riconvertire come sede della città metropolitana. Il punto critico rimane comunque il destino dei ballatoi scoperti, inconcepibili in un edificio terziario. La più semplice soluzione sarebbe la loro sostituzione con gruppi scale/ascensori, ma il risultato si discosterebbe di molto dal progetto Di Salvo che non si può ripristinare.
In ogni caso la trasformazione terziaria dell’unica Vela sopravvissuta, con gli inevitabili stravolgimenti spaziali, avrebbe un destino problematico. Perso il progetto di Di salvo ci rimarrebbe solo una sua immagine che non è di per sé una cosa inaccettabile, a patto però di esserne consapevoli.

Note
1 Cfr. Luigi Cosenza, Esperienze di Architettura, Edizione Macchiaroli, 1950, pag. 44 e seg.;
2 Cfr. gli articoli “ le Vele prologo” e “ Le Vele epilogo” in Sergio Stenti, Fare Quartiere, Clean, 2016, pag. 65 e seg. e pag. 80 e seg.; per i progetti di recupero si veda: Consulenza tecnico scientifica per la redazione del piano urbanistico esecutivo, lotto M…, a cura di Antonio Lavaggi, Giannini Editore, 2010;
3 Cfr. N. Luca Magliulo, La grande dimensione nell’edilizia residenziale pubblica, 1956-1982, Demolire o riqualificare? EAI, 2015